Difficile navigare nel mare turbolento delle decisioni assunte dal presidente Usa Donald Trump in materia di dazi. Un solo esempio, quello della Cina, fa capire la complessità della materia. L’altalena delle aliquote riservate alle importazioni negli Stati Uniti dei prodotti della seconda economia mondiale è impressionante. A febbraio di quest’anno le tariffe sulle importazioni di prodotti cinesi erano ferme al 10%. Il 1° marzo scorso c’è stato un primo aumento al 20%. Il 2 aprile, all’epoca del «Liberation Day», le tariffe «reciproche» sono balzate al 54%. In seguito alla reazione di Pechino, che ha subito imposto dei controdazi ai beni importati dagli Usa, l’aliquota si è impennata al 104% per poi toccare entro fine mese per pochi giorni il livello parossistico del 145%. A maggio, in un impeto di pacatezza, la Casa Bianca ha poi deciso di applicare un tariffa, ancora da confermare, del 30% sulle importazioni dalla Cina. Per districarsi in una giungla di aliquote che avvolge come una ragnatela tutti i Paesi del mondo il New York Times, giornale tradizionalmente critico verso l’Amministrazione, ha tracciato una bussola in cinque punti contenente i principali aggiornamenti.
Dazi, la mappa aggiornata delle tariffe imposte da Donald Trump: i 5 punti chiave
La raffica di nuove aliquote decise giovedì 30 luglio si inserisce in un contesto di dazi che va dal 10% per i beni di UK e Australia, al 35% del Canada, fino al 15% concordato con l’Unione europea e al 30% della Cina














