Donald Trump non conosce la parola “fine”. È capace di rimangiarsi la parola data, di ritrattare un accordo annunciato. Così il tormentone dei dazi rimane aperto a sorprese, ripensamenti, colpi di scena. Chissà quando arriverà a un approdo stabile, se mai ci arriverà. D’altronde questo presidente ha voluto stracciare e rinegoziare i patti commerciali che lui stesso aveva raggiunto con Canada e Messico nel suo primo mandato. Oltre a decine di aspetti fluidi e in corso di definizione con l’Unione europea, il Giappone, la Corea del Sud (tre partner con cui ha annunciato un accordo di massima, salvo dettagli da precisare, appunto), su altri fronti è cominciato l’utilizzo delle tasse doganali come arma geopolitica. Trump minaccia di colpire il Canada se si ostina a riconoscere lo Stato palestinese; il Brasile se si accanisce a perseguire in via giudiziaria l’ex presidente Bolsonaro accusato di tentato golpe; l’India se continua a comprare petrolio dalla Russia.
I dazi come arma «tuttofare»: così Trump li sta usando per dettare la politica estera (e interna)
Trump usa le tariffe in diversi modi: gli «avvisi» al Canada se riconoscerà la Palestina e al Brasile su Bolsonaro









