NEW YORK - Donald Trump si scatena quando in America manca poco a mezzanotte: cioè, poco prima della deadline per l’entrata in vigore dei dazi, non è ancora scattata. E lo fa firmando l’ordine esecutivo che il mondo aveva aspettato tutto il giorno, a ora di cena - quando in Italia era cioè già l’1.45 del mattino. Dove sostenendo che il deficit commerciale degli Stati Uniti rappresenta «una minaccia insolita e straordinaria per la sicurezza nazionale e l'economia degli Stati Uniti» ha imposto nuove misure ai Paesi con cui non ha ancora chiuso accordi commerciali, mentre molti di questi già dormono. Confermando poi molte delle intese già strette – compresa quella con l’Unione europea - e sferrando un poderoso pugno all’economia dell’un tempo stretto alleato Canada, che tanto dipende dal commercio con gli Stati Uniti, che Trump ha già minacciato di voler annettere.

Un balletto di numeri che, c’è da giurarci, ha buttato giù dal letto più di una cancelleria. Certo, l’accordo al 15 per cento con l’Unione Europea regge: così come quelli stretti con Giappone e Corea del Sud (pure al 15) e la Gran Bretagna (al 10). Invariato pure il punitivo 25 per cento per l’India. Ma il Canada viene bastonato per la sua «inazione e ostilità», nonché per la scelta politica di voler riconoscere lo stato palestinese con un balzo che alza i tributi dal 25 al 35 per cento. Un sonoro ceffone va anche alla neutrale Svizzera: dazi al 39 per cento. Picco per i prodotti provenienti dalla Siria, fra le più tartassate insieme a Laos e Myanmar: al 41 per cento. Record per il Brasile: al 50 per cento.