NEW YORK – I dazi renderanno l’America grande e ricca di nuovo». Il presidente degli Stati Uniti lo ha scritto ieri su Truth, a poche ore dall’entrata in vigore ufficiale, alla mezzanotte americana, dei nuovi tributi imposti al mondo. Paese più, paese meno. «Li hanno usati contro di noi per decenni. Ma ora stiamo contrastando con successo l’assalto alla nostra sopravvivenza. Un anno fa eravamo morti, ora siamo il Paese più attraente al mondo». Una vigilia lunga e trafelata quella del “Liberation Day III”, come lo chiamano qui i giornali (dopo che ad aprile The Donald aveva definito l’avvio dei dazi «giorno della liberazione da chi ci ha derubato per anni» e poi la deadline di luglio era stata slittata). «È tutto aperto fino a mezzanotte» ha affermato la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt. Alludendo, forse, a Taiwan e Pakistan. Di sicuro il presidente e i suoi consiglieri hanno passato la giornata a far telefonate e incontri, cercando di chiudere più intese possibili. E pazienza se il goal di «90 accordi in 90 giorni» non è stato raggiunto. Nelle ultime frenetiche 24 ore c’è chi ha portato a casa buoni risultati e chi è rimasto con un palmo di naso: i giornali raccontano di una Washington invasa da delegazioni straniere, sfiancate dai tentativi di essere ricevute da referenti ufficiali.
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