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Le accuse della procura sulla gestione dell’urbanistica a Milano, in parte politiche più che giudiziarie, hanno offerto una nuova occasione per riflettere sui cambiamenti avvenuti negli ultimi 15 anni di amministrazione del centrosinistra: su come la città sia diventata più attrattiva, accessibile, internazionale, produttiva, ricca, ma allo stesso tempo più esclusiva e in alcuni casi respingente; sui metodi scelti dalla politica per renderla molto più attrattiva, accessibile e tutto il resto, e soprattutto su quali siano state le conseguenze di questi cambiamenti per chi a Milano vive o vorrebbe viverci. Insomma: su chi la città abbia attratto e chi invece abbia lasciato indietro.
Sono stati anni di grandi trasformazioni, e di trasformazioni veloci, molto più veloci rispetto a qualsiasi altra città italiana, al punto da rendere più complesso assimilare e analizzare i loro effetti sulla società, sulle persone.
Questa velocità, che i politici e gli economisti chiamano dinamismo, è evidente nell’analisi di tanti indicatori che mostrano quanto la crescita di Milano sia ancora oggi straordinaria: è aumentato il numero di abitanti, di studenti universitari, di grandi investimenti, di persone che ci lavorano e in generale di opportunità (anche se quest’ultimo indicatore non è certo misurabile, e i suoi effetti sono anche molto dibattuti). Ma di straordinario e rapido c’è stato anche molto altro, per esempio l’aumento del prezzo delle case e degli affitti che ha premiato molto la rendita immobiliare e ha contribuito a far crescere squilibri e disuguaglianze.











