I grattacieli di Milano hanno il doppiopetto dell’uomo che sussurrava al sindaco e confidava all’assessore di avere a che fare «con i best ever dell’Urbanistica» nelle chat disinvolte finite in Procura, alle quali partecipava anche il direttore generale del Comune «pronto a tatuarsi quell’elogio sul petto». Ma la goliardia lessicale che rimanda al milanese imbruttito non definisce il profilo dell’imprenditore che i magistrati hanno messo al centro del «sistema corruttivo» sul quale oggi volteggiano manette, ricorsi e dispute tra garantisti e giustizialisti, sostenitori o detrattori del fantomatico modello Milano.
Manfredi Catella non è solo l’imprenditore in grisaglia e gessato «dall’atteggiamento padronale nei confronti del Comune», secondo la definizione dei pm: è anche il frontman del cambiamento urbano della metropoli, il protagonista del rinascimento di Porta Nuova, del grattacielo Unicredit di Cesar Pelli e del Bosco Verticale dell’architetto Boeri, un luogo nato da un “non luogo” chiamato Varesine, dove al posto dei tendoni del circo e delle giostre dei Luna park è partita l’attuale narrazione della metropoli: i grattacieli come icona della nuova identità cittadina, aperta al mondo, a misura di businessman e professionisti ad alto reddito.







