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Ultimo aggiornamento: 12:42

di Rocco Ciarmoli

L’Italia si prepara a portare la spesa militare al 5% del Pil. Un numero freddo, misurabile, che nasconde una svolta profonda: lo Stato si trasforma da garante dei diritti a ingranaggio dell’economia bellica globale. Centodieci miliardi all’anno: più di quanto spendiamo per scuola e università, più del doppio dell’ultima manovra finanziaria. Risorse che potrebbero mettere in sicurezza un Paese fragile, e che invece rafforzeranno un apparato che non previene guerre, ma le rende strutturali.

Aumentare la spesa militare non è mai una scelta neutra. È un messaggio. Dice che la difesa vale più della cura, che la deterrenza viene prima della prevenzione, che il conflitto non è un’eccezione ma una costante. È l’idea che la sicurezza sia un prodotto, non un diritto: e come ogni prodotto, si vende, si compra, si impone.