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Ultimo aggiornamento: 20:08
In vista dell’incontro di giovedì tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il segretario generale della Nato, Mark Rutte, si rifanno i conti su quanto l’Italia spende in difesa e quanto sarà chiamata a fare in futuro, anche a causa dei piani di riarmo. Attualmente la spesa italiana non raggiunge l’ 1,5% del Pil, ovvero una trentina di miliardi di euro l’anno. Le richieste di Rutte di arrampicarsi fino al 5% nel giro di 7 anni sono proibitive per un paese che, con un debito al 130% del Pil, è condannato a non sgarrare mai sui conti.
I conti sono presto fatti, come ha ricordato il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, salire al 5% significherebbe una spesa di 100 miliardi di euro l’anno, 70 miliardi in più di oggi. In un paese che, a differenza della Germania, non può fare debito e dove la pressione fiscale è già alta, non è difficile capire da dove arriverebbero i soldi: tagli alle altre voci di spesa e al welfare.
La richiesta di Rutte si struttura in realtà in due componenti. La prima, pari al 3,5% del Pil (70 miliardi di euro), riguarda prettamente le spese in armi ed esercito. La seconda, l’1,5% del Pil (altri 30 miliardi), attiene ai capitoli cybersicurezza ed altre infrastrutture funzionali alla difesa a cui l’Italia destina già oggi una decina di miliardi.









