Investire il 5% della ricchezza nazionale nella difesa non è più soltanto il precetto di Donald Trump, ma il percorso su cui la Nato si sta compattando.
La dottrina del tycoon - rilanciata con fermezza dal suo segretario alla Difesa Pete Hegseth - ha trovato a Bruxelles un primo sbocco nell'intesa sui nuovi obiettivi di capacità dell'Alleanza. Sarà il segretario generale Mark Rutte a mettere sul tavolo dei leader all'Aja il 24-25 giugno il piano d'investimenti per tradurre la visione americana in numeri anche europei: un 3,5% del Pil all'anno per gli armamenti, il restante 1,5% da destinare a investimenti strategici in infrastrutture, industria e sicurezza.
Una formula concepita per rendere il traguardo più sostenibile per i Paesi in ritardo come l'Italia, senza deludere l'aspettativa di Washington di avere alleati più autonomi sul piano militare. Tracciata l'ambizione, il ritmo resta però da concordare: l'Italia, sposando la linea del Regno Unito, punta all'orizzonte più lungo del 2035 conscia - nelle parole del ministro Guido Crosetto - di non essere ancora pronta per lo sforzo richiesto. Francia e Germania guardano a un compromesso sul 2032, mentre i Paesi baltici - con la minaccia russa alle porte - chiedono di accelerare. L'accordo sui nuovi target di capacità segna il primo passo verso impegni di spesa misurabili: più uomini, missili a lungo raggio, nuove unità, catene di comando rafforzate, livelli maggiori di prontezza e interoperabilità sono le voci su cui la Nato punta a costruire la spesa necessaria a garantire "deterrenza e difesa collettiva" in un contesto di "minacce crescenti". Impegni che, stando a quanto trapela, sono del 30% più ambiziosi rispetto a quelli fissati nel 2021. Ma il divario reale è maggiore: con gli attuali target raggiunti soltanto al 60-80%, l'aumento effettivo richiesto sarà tra il 50% e il 70%, da conseguire "entro 5-10 anni".










