La giustizia umana è imperfetta. A volte persino ingiusta, anche quando è formalmente corretta. E così, per correggerne l’inevitabile imperfezione, occorre a volte introdurre una ingiustizia, una “discrezione”. O arrendersi, riconoscendo che il diritto, di fronte alla vita, è “storto”. E’ questo il paradosso - umanamente e giuridicamente drammatico - di fronte a cui si è trovata, in questi mesi, la procura di Milano. Il fatto è questo: una mamma di 38 anni, che vive nell’hinterland milanese, il 4 luglio dello scorso anno per sbaglio investe con l'auto il proprio figlio di 18 mesi nel cortile di casa, causandogli lesioni gravissime. Il figlio sopravvive, ma con danni a vita. Il pm Paolo Storari ha chiesto al Gip di non punire la madre, quindi di non iniziare nemmeno il procedimento, perché "il processo e l'eventuale condanna costituirebbe una sorta di trattamento contrario al senso di umanità".

La motivazione portata dalla procura, nelle cinque pagine della richiesta, è che la madre "sconta già una sorta di ergastolo con fine pena mai e un'eventuale condanna statale non avrebbe alcuna funzione né per l'imputata, né per la collettività", "anzi appare addirittura controproducente". Si potrebbe proporre alla madre di patteggiare una pena minima, ma “non terrebbe conto della situazione che si trova a vivere l'indagata”. In sostanza, sottoporre la donna a una condanna o a un processo "renderebbe l'ulteriore sanzione non solo sproporzionata per eccesso, ma persino inumana". Dunque contraria all’articolo 27 della Costituzione. Il pm Storari si appella a un concetto, quello di “pena naturale”, di recente introdotto nel dibattito giuridico, ossia l’idea che in alcuni casi il reato porta con sé una pena naturale che precede quella che lo Stato può infliggere.