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Nelle scorse settimane non c’era nessun dirigente del Partito Democratico o della CGIL che privatamente dicesse di credere davvero nel raggiungimento del quorum ai referendum sulla cittadinanza e sul lavoro, anche se le dichiarazioni pubbliche poi erano diverse: chi aveva proposto i referendum (la CGIL per i quattro quesiti sul lavoro), e chi faceva campagna a favore (il PD per tutti e cinque), era insomma piuttosto disilluso sulla possibilità di convincere più di 25 milioni e mezzo di persone ad andare a votare su quesiti che erano considerati perlopiù difficili da comprendere. L’affluenza è stata di poco inferiore al 30 per cento, oltre 20 punti sotto il quorum che avrebbe reso validi i referendum.
Nella segreteria del PD, tra gli esponenti più vicini alla leader del partito Elly Schlein, era però stata elaborata una possibile narrazione positiva della sconfitta: il risultato dei referendum sarebbe stato soddisfacente se fossero andate a votare più persone di quelle che votarono la coalizione di destra alle ultime elezioni politiche nel 2022, quindi più di 12,3 milioni di persone. Il capogruppo del PD in Senato Francesco Boccia, tra i dirigenti più vicini a Schlein, qualche giorno fa aveva detto che se fosse successo sarebbe stato «un primo avviso di sfratto a Giorgia Meloni».











