Ametà fra il vagamente apocalittico e il grottescamente prevedibile si piazza il nuovo grido d’allarme appena lanciato dall’industria automobilistica americana: “Azione immediata e decisa o sarà il caos economico nel settore”. Il colpevole? La Cina, o meglio, il suo ferreo controllo sulle terre rare, quei minerali con nomi impronunciabili – disprosio, neodimio, praseodimio – che suonano come divinità minori di un pantheon dimenticato, ma che sono il sangue nelle vene dell’industria moderna. Magneti per motori elettrici, batterie, semiconduttori: senza questi elementi, le auto di oggi, quelle che sogniamo green e silenziose, si fermano come muli testardi.
Il dominio della Cina
La notizia, in fondo, non è nuova. La Cina domina il mercato delle terre rare da decenni, con una quota che sfiora il monopolio. È un potere che Pechino esercita con la calma di chi sa di avere il coltello dalla parte del manico. E l’Occidente? L’Occidente, come al solito, si sveglia tardi, con la bocca impastata dalla grande sbornia della globalizzazione. Per anni abbiamo delocalizzato, esternalizzato, ottimizzato, convinti che il mercato globale fosse una specie di Eden dove tutti avrebbero giocato pulito. E invece eccoci qui, a piangere sul latte versato, con i fornitori americani che invocano “azioni decisive” mentre il loro settore trema al pensiero di una Cina che, per un capriccio geopolitico o una stretta commerciale, potrebbe chiudere il rubinetto.








