«Dopo questi giorni a Cannes tornerò in Iran. Forse sarò in pericolo ma non mi sento più eroico di altri. Mi comporterà come tutti gli iraniani, non sono diverso. Le donne hanno il divieto di uscire senza velo eppure lo fanno». Jafar Panahi è per la prima volta da anni a un festival internazionale da uomo libero, in gara con Un simple accident (uscirà in Italia con Lucky Red), potentissima parabola con al centro un gruppo di persone - Vahid, Shiva, Hamid - unite da un comune passato di violenze e torture in carcere che si trova a fare i conti, per caso (l'incidente del titolo) con il loro carceriere. Lo ha scritto con Nader Saeivar e Shadmehr Rastin e Mehdi Mahmoudian (attualmente in arresto. «quando uscirà avrà decine di idee») a partire dalle sue esperienze in prigione e quelle di tantissimi detenuti incontrati. Per la prima volta una delle sue attrici recita senza velo, come diverse comparse. «È assurdo e surreale mettere in prigione gli artisti. Gli apri un mondo che racconterà, gli dai delle ideee. Non siamo noi a aver fatto il film, è la Repubblica islamica. Quando la Repubblica Islamica imprigiona un artista, deve affrontarne le conseguenze. Con le possibilità tecnologiche che esistono oggi, nessun potere può impedire a un artista di lavorare». Occupa la sedia che ci eravamo abituati a vedere vuota (qui anche nel 2018 con il documentario Tre volti, nel 2015 per l'Orso d'oro alla Berlinale con Taxi Teheran, nel 2022 con Gli orsi non esistono a Venezia) e parla con calma e fermezza. «Se raccontassi tutte le storie che ho sentito in carcere e che altri mi hanno raccontato non ci credereste» Il primo arresto risale al 2010. «Sono stato in una cella d'isolamento, bendato anche per andare in bagno, ho subito interrogatori che duravano 2 o 3 ore, una volta 8 perché in funzionario interruppe per la preghiera. Quindi in una cella poco più grande, e poi in una stanza enorme con centinaia di altri. Ho racconto 40 anni di storie delle atrocità del regime iraniano». La società sta cambiando. «Dopo la morte di Mahsa Amini e la scita del movimento Donna vita libertà c'è stato un cambiamento totale. Io ero in carcere ma avendo avuto un'allergia molto forte mi hanno portato in ospedale e per le strade ho visto in giro donne senza velo. Io sono un regista che racconta la realtà che vive, restituisco quello che osservo nelle strade di Teheran. In questo film non ho chiesto a nessuna comparsa di mettere il velo, ognuna si è regolata come preferiva. Sono le donne stesse che rivendicano il diritto». La sentenza che gli proibiva di «girare film, scrivere, rilasciare interviste e viaggiare» è stata ufficialmente annullata. Ma l'unico modo per fare i suoi film è continuare a girarli in clandestinità. Anche in questo caso tutta la troupe ha ricevuto minacce, e subito interrogatori, dopo la notizia del film in concorso a Cannes la situazione è peggiorata. «Non avrebbe senso sottoporre la sceneggiatura di questo film alle autorità per l'approvazione, me le negherebbero, quindi non ho altra scelta che continuare a lavorare fuori dal sistema. Ma ognuno trovi il suo modo. Quello che dico ai giovani cineasti che mi raccontano le loro difficoltà è. trovate il vostro modo. Non è più tempo di piangere, bisogna trovare soluzioni». L'accoglienza alla proiezione ufficiale è stata trionfale, applausi e commozione. «Siamo riconoscenti - commenta una delle sue attrici - e commossi. Quello che succederà al nostro ritorno è imprevedibile. Ma siamo uniti nella battaglia perché il nostro paese esce dalla situazione in cui si trova».
Panahi: «Dopo Cannes tornerò in Iran, le donne senza velo rischiano più di me»
Il regista iraniano in gara da uomo libero con «Un simple accident». «Frutto dei racconti di tanti detenuti in 40 anni. È la Repubblica islamica che ha fatto questo film mettendo in prigione gli artisti»











