Gli obiettivi di un regista che deve girare in clandestinità, la resistenza al regime iraniano fin dentro il carcere, il valore dei premi e, infine, un racconto di come ha vissuto a Cannes la serata di gala in cui ha ricevuto la Palma d'oro per 'Un semplice incidente', pura poesia.

Jafar Panahi, miscuglio perfetto di genio e semplicità, non delude mai, tanto più alla Festa di Roma dove riceverà stasera il premio alla carriera consegnatogli da Giuseppe Tornatore e dove ha presentato 'Un semplice incidente' in sala dal 6 novembre con Lucky Red e in corsa per gli Oscar per la Francia.

I premi - "L'obiettivo di un regista è quello di far vedere i suoi film al maggior numero possibile di spettatori e quindi ricevere un premio significa anche questo: è un onore ma è anche funzionale al fatto che lo veda più gente possibile".

Clandestinità e cinema - "In Iran se non fai un film di propaganda governativa non ti fanno lavorare. È questo il vero problema. Allora ti puoi rassegnare o trovare una soluzione. Ho cominciato così a pensare: cosa potrei mai fare se non facessi regista? Mi sono detto: potrei guidare un taxi, ma anche guidando un taxi probabilmente mi metterei a girare, da qui i miei film girati in auto. Avevo degli studenti di cinema che si lamentavano continuamente perché non potevano lavorare e io gli ho detto, invece di lamentarvi trovate una soluzione. Di fatto oggi i migliori film iraniani sono realizzati in maniera clandestina".