Nella sua «Guida» per il commercio globale» di novembre scorso Stephen Miran proponeva un prelievo su fondi sovrani e banche centrali estere che detengano titoli di Stato americani, «per esempio attraverso la ritenuta di una parte dei pagamenti degli interessi». Sembrava una provocazione: far pagare agli stranieri una tassa per i loro investimenti negli Stati Uniti. Veniva da colui che oggi guida il Council of Economic Advisors di Donald Trump, con il sostegno dell’attuale segretario al Tesoro Scott Bessent.
Sono passati sei mesi e qualcosa di simile oggi è nello «One Big, Beautiful Bill». Che cos’è? È il pacchetto fiscale in esame al Congresso a Washington che conferma i tagli delle tasse del 2017, aggiungendone altri. Lì il problema è far tornare i conti, di fronte a un aumento del debito fino a cinquemila miliardi di dollari atteso in dieci anni. Per questo la «sezione 899» della legge introduce in forma più estesa la stessa idea di Miran: tassare gli stranieri sui loro investimenti negli Stati Uniti. Lo si potrebbe chiamare un dazio sui risparmi di chi, da Italia, Francia o altrove, compra titoli quotati a Wall Street.







