Nell’ambito delle prossime trattative sui dazi con gli Stati Uniti si è riaperto il tema della tassazione delle grandi imprese digitali, le cosiddette Big Tech. Come è noto le prime sette imprese digitali hanno una capitalizzazione di borsa superiore al Pil di molti paesi ma pagano tasse sui profitti in misura limitata. Il dibattito ha preso subito una piega politica (pro o contro la tassazione, pro o contro gli Stati Uniti), che non aiuta affatto ad affrontare il problema.

Come è ormai chiaro, le imprese digitali sono strutturalmente diverse dal resto del sistema produttivo, sia dal lato della domanda che della offerta.

Come si calcola il valore?

La domanda di servizi digitali è infatti soggetta a fortissimi effetti di esternalità di rete: il valore che gli utenti traggono dai servizi non dipende solo dalla loro qualità, ma dal numero complessivo di coloro che li hanno adottati. Il valore di Facebook non è solo dato dalla sua tecnologia, ma dal fatto che ci troviamo tutti i nostri amici, come su Linkedin troviamo tutti i nostri colleghi. Questo effetto fa sì che, una volta che un servizio digitale ha raggiunto una massa critica di adottanti, attrae a sé tutto il mercato.

Dal lato dell’offerta le imprese digitali non sono soggette a quella che gli economisti chiamano legge dei rendimenti decrescenti, generata dalla saturazione della capacità produttiva degli impianti. Le imprese digitali hanno subito enormi costi fissi per creare la infrastruttura tecnologica iniziale (e moltissime infatti sono fallite), ma una volta assorbiti questi costi possono espandere la produzione senza limiti, a costi marginali trascurabili. Come aveva spiegato Hal Varian (nel frattempo diventato capo economista di Google) già nel 1999, nel mondo digitale il costo si sostiene per produrre la prima unità, ma il costo di riproduzione dalla seconda unità in poi è trascurabile e tende a zero.