Come ormai tradizione, inaugurata nel 2021 con The French Dispach, sono arrivati in pullman, «sempre lo stesso», fino ai piedi della Montée de Marches. Wes Anderson è in gara a Cannes per la quarta volta con La trama fenicia con un cast XXL (Scarlett Johansson, Benedict Cumberbatch, Bill Murray, Charlotte Gainsbourg, Willem Dafoe, Benicio del Toro e Mia Threapleton, Michael Cera, Riz Ahmed), il suo film più politico e personale. Quanto, si intende, possa esserlo un suo film. La vicenda ruota intorno a un tycoon dai modi spicci, Zsa-zsa Korda, cinico e senza scrupoli, con un numero imprecisato di figli a carico, pronto a usare ogni mezzo — corruzione, menzogne, ricatti, traffici illegali — per realizzare i piani di espansione in un’area inesplorata. E deciso, dopo essere sopravvissuto a un attentato, a recuperare il legame con l’unica figlia femmina, Liesl, novizia a un passo dal convento, per farne l’unica erede dell’impero. «Se non avessi anch’io una figlia, ha 9 anni, la storia sarebbe stata diversa» riflette sorridendo il regista che ha portata la piccola Freya con sé sul red carpet.
Il suo magnate paranoico, in conflitto con il resto del mondo, fa pensare a Elon Musk. È voluto?
«Veramente, con Roman Coppola, con cui scrivo da anni, non ci abbiamo pensato. O forse, inconsciamente, visto la sua prole numerosa, una suggestione c’è stata. Abbiamo immaginato Benicio del Toro in un film di Antonioni. Un personaggio che evoca Gianni Agnelli o Onassis, per capirci. Con un tocco mediorientale che ha a che fare con mio suocero, il padre di mia moglie, Fuad Malouf (a cui il film, in sala dal 28 maggio, con Universal, è dedicato, ndr), ingegnere libanese. E c’è anche qualcosa di Calouste Gulbenkian, armeno, chiamato Mister 5% che aiutò molte società a fare affari in Medio Oriente».













