Di quel cinema americano para-indipendente (produce la glamourous A24), scoppiettante ma soprattutto “scopiazzante” (dai Coen…), extra-long perché deve starci tutto e anche di più (due ore e venticinque minuti), dallo sguardo cool perché di sguardo giovane (il regista ha 38 anni), social-politico e anti-Trump (il cinema USA è dem, ovvio) e soprattutto pasciuto di superstar (Joaquin Phoenix, Emma Stone, Pedro Pascal) così ci prendono a Cannes. Appunto.
L’attesissimo Eddington di Ari Aster risponde a tutto questo, nel peggior modo possibile. Il primo yankee in concorso sulla Croisette non è un bel vedere, e non basta la giovane età del suo cineasta a giustificarne l’esito (vedasi Sirat, la meraviglia diretta dal 43enne Oliver Laxe…), così come evidentemente non sono sufficienti i prestiti attoriali hollywoodiani allo sguardo indie di Aster per garantirne performance dorate. Del resto già si erano sodalizzati Phoenix e il cineasta newyorkese nel science-horror-fiction Beau ha paura (2023) sortendo un film di inenarrabile bruttezza e pretenziosità.
Certo, Eddington, questo suo quarto lungometraggio, vola un po’ più un alto, forse perché di ambizione è addirittura maggiore. Ma non siamo molto oltre le soglie del grand pastis, per dirlo alla francese. Un pasticcio onnicomprensivo ambientato nella profonda provincia USA – siamo nell’immaginaria Eddington del New Mexico, nei pressi di Albuquerque, resa mitica da Breaking Bad – sul finire del maggio 2020, ovvero in piena era Covid-19 (e soprattutto del primo Trump) ma anche all’indomani dell’omicidio di George Floyd che scatena le giuste e in molti casi furibonde manifestazioni del Black Lives Matter. Assembramenti vietati per legge che però lo sceriffo ruvido di pelle ma di buon cuore Joe Cross (Phoenix) prova a tollerare perché pure lui, asmatico, la mascherina proprio non la regge.













