“Fossi stato al posto del nuovo Papa avrei fatto come nel film di Nanni Moretti. Affacciandomi al balcone di Piazza San Pietro, di fronte a tanta gente avrei detto “non ce la faccio”. Matteo Maria Zuppi si confessa di fronte a quasi mille persone. Addio segreto del confessionale. Al Salone del Libro di Torino si può aprire la propria anima come davanti a fratelli e sorelle. All’Auditorium del Lingotto “è tempo per noi”. Il Liga, Luciano Ligabue, e Zuppi, un cardinale talmente rock che se riesumassimo l’applausometro di Nino Frassica registreremmo Zuppi 100, Ligabue 50. Ebbene, ogni spunto, riflessione, sorriso del vescovo di Bologna fresco di Conclave, è uno scroscio di applausi che sovrasta soprattutto le fan già parecchio signore e mamme del rocker di Correggio. L’opportunità offerta dal Salone è quella di un incontro dal titolo: La storia, le storie. Dall’Io al Noi. Una robina mica da ridere che a dire il vero vede un po’ più ecumenico, incartato il cardinale e più schietto, audace e sul pezzo il cantautore. Per il Liga è proprio la canzone a diventare una specie di filtro, di peso della responsabilità: “Se decidi di salire su un palco e hai tratti di timidezza, come me, qualche problemino con l’ego ce l’hai”, ha esordito. “Siamo onesti: vivi una realtà che si basa sull’approvazione altrui. Quando ho cominciato non mi sono fatto problemi. Io che prima facevo l’operaio e poi il ragioniere, cantare era meglio di lavorare, era esercitare una passione. Ma quando dopo anni vedi che c’è gente che si tatua una tua frase sul corpo allora capisci che non puoi più farlo alla leggera e si alza il livello di responsabilità. Sei utile. Diventi un supporto per un loro momento difficile”. Ligabue ha ricordato che le canzoni alla fine “non le domini, fanno quello che vogliono loro, emozionano come vogliono loro”.