Uno, nessuno e centomila: nulla riassume meglio la storia di Alex Schwazer. Da quasi vent’anni il marciatore altoatesino vive dentro una moltiplicazione di identità che sembra uscita dalle pagine di Pirandello. Per alcuni è il campione olimpico di Pechino 2008 capace di dominare una delle gare più dure dell’atletica, per altri è il dopato che confessò alla vigilia dei Giochi di Londra, per alcuni è colui che trovò un uomo come don Ciotti e un allenatore come Sandro Donati a tendergli la mano, per altri un recidivo, per altri ancora il paladino che ha combattuto per anni contro una seconda squalifica che, nel 2021, vide l’archiviazione del procedimento penale da parte del GIP di Bolzano che affermò che vi erano elementi compatibili con una manipolazione dei campioni e che la giustizia sportiva internazionale non ha mai annullato. Ognuno ha una propria opinione: uno, nessuno e centomila, appunto. Oggi, dopo l’ennesima notizia che lo riguarda, Pirandello torna a bussare alla porta, ma per una ragione diversa. Non per le molte versioni di Alex che il mondo continua a vedere, ma per quella che lui stesso ha definitivamente scelto. La positività all’Epo notificata dopo il controllo in Germania chiude una storia destinata a essere infinita con parole inequivocabili del diretto interessato: “Non voglio più combattere, non ce la faccio più”, ha ripetuto Schwazer dichiarandosi innocente e chiedendo una cosa sola: che venga analizzata una terza provetta, sigillata all’ultimo controllo in Germania e conservata dal suo entourage. Saranno altri luoghi e altri tempi a stabilire fatti, responsabilità e conseguenze. Eppure, ascoltando le sue parole, la sensazione è che la notizia più importante, almeno per lui, non sia contenuta nelle analisi di laboratorio. Per una vita intera Alex Schwazer è stato un marciatore, atleta della più ostinata delle discipline sportive. Marciare significa andare avanti quando il corpo implora di fermarsi, accettare la solitudine, la ripetizione, la fatica. Significa convivere con l’idea che resistere sia sempre la scelta giusta. Per questo colpisce ascoltare un uomo che ha costruito la propria vita sulla resistenza dire “basta”, perché nello sport siamo abituati ad ammirare chi non si arrende mai, meno chi riconosce il momento in cui continuare a combattere rischia di distruggere ciò che conta davvero. Diciotto anni fa il racconto di Schwazer era quello del trionfo, quattordici anni fa delle lacrime e dell’ammissione di colpa, dieci anni fa quello dell’ingiustizia, poi della rinascita. Oggi il racconto diventa un confine oltre il quale una battaglia smette di essere una prova di coraggio e diventa una minaccia per la propria vita. Nel finale di Uno, nessuno e centomila Pirandello scrive: “Muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo”. Forse è proprio questo che Alex Schwazer sta cercando di fare. Non più rinascere come atleta o come simbolo, ma come uomo. E, dopo vent’anni trascorsi a essere centomila persone agli occhi degli altri, essere finalmente uno solo ai suoi stessi occhi. Nel frattempo la giustizia sportiva, su cui nubi nere si addensano troppo spesso, una cosa la faccia: si analizzi quella terza provetta, anche se il protocollo non lo prevede. Perché ci sono altri limiti da chiarire e definire, forse non più per Schwazer, ma per tutto il mondo dello sport: quello fra colpa, accanimento e persecuzione.

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