"Andrà tutto bene", dice Donald Trump in visita a Dublino, riferendosi allo Stretto di Hormuz ma anche alle intenzioni degli Houthi – che ora controllano la costa yemenita del Mar Rosso – e ai colpi sparati dalle milizie sciite irachene contro il principale oleodotto transnazionale saudita. Il Medio Oriente va a fuoco e i Pasdaran continuano a mantenere l’iniziativa in una guerra che Washington non riesce a governare, ma il commander-in-chief ostenta sicurezza a una cinquantina di giorni dalle elezioni di midterm – salvo poi essere smentito persino da un portavoce degli Houthi, la cosiddetta "milizia in infradito" che è riuscita a sbarcare sull’isola di Perim, nel cuore dello Stretto di Bab el-Mandeb, minacciando una rotta marittima vitale per il trasporto di petrolio, soprattutto saudita.

Se per Trump è tutto a posto, per gli alleati storici degli Usa nel Golfo – Arabia Saudita in primis – quello che si sta palesando è uno scenario da incubo. Secondo la Cnn, giovedì il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (MbS) ha parlato due volte al telefono con Trump per esortarlo a fermare l’offensiva lampo degli Houthi (un "trionfo divino", secondo i Guardiani della Rivoluzione iraniana). Ma per due volte il presidente americano ha risposto picche. E siamo alle dichiarazioni di oggi: "gli Houthi ci hanno chiamato, non vogliono uno scontro con noi", esordisce Trump, tant’è che “stanno lasciando passare la maggior parte delle navi senza ostacoli". E ancora: "c'è solo un Paese con cui hanno qualche problema”, ma state sereni, “sistemeremo la questione”. Infine, una rassicurazione al suo “buon amico” MbS: ancora una volta, “andrà tutto bene”. Poco più tardi, un portavoce della milizia filo-iraniana interviene per smentire le parole di Trump – “prive di fondamento” – citando un proverbio arabo: "bacia la mano che non puoi spezzare e prega che si spezzi".