Domenico Caliendo, il bimbo morto lo scorso febbraio all’ospedale Monaldi di Napoli dopo un trapianto con un cuore danneggiato, “poteva essere salvato”. Non è la famiglia o i consulenti nominati dai parenti a sostenerlo, ma la conclusione della superperizia di 553 pagine depositata nell’inchiesta sulla morte del bambino di due anni e mezzo. Secondo i tre periti nominati dal giudice per le indagini preliminari Mariano Sorrentino – Biagio Solarino, Ugolino Livi e Ferdinando Luca Lorini – la possibilità di salvare il piccolo sarebbe rimasta concreta in due momenti: durante il trasporto e la conservazione del cuore del donatore e, una volta accertato il danneggiamento irreversibile dell’organo, nella scelta del supporto meccanico da utilizzare.
Il cuore era stato prelevato a Bolzano e trasportato a Napoli. Proprio sulle modalità di conservazione durante il viaggio si concentra una prima parte delle contestazioni dei periti. La condotta della dottoressa Gabriella Farina, recatasi a Bolzano per effettuare l’espianto, viene definita “non congrua”. Secondo la superperizia, non sarebbe stato portato ghiaccio in quantità sufficiente per garantire la corretta conservazione dell’organo e non sarebbe stato verificato adeguatamente il materiale messo a disposizione, vale a dire il ghiaccio secco. Il risultato, secondo i periti, fu un danno irreversibile al cuore del donatore.











