A ventiquattr'ore dall'assegnazione dei Leoni non sappiamo ancora chi saranno i premiati ma si può già fare un primo bilancio. Pensando non solo ai film ma alla Mostra di Venezia nel suo insieme, alle sue scelte, al modo in cui ha distribuito titoli e autori nelle varie sezioni, insomma alla sua politica culturale (più politica che culturale, dirà qualcuno). Anche perché le polemiche al buio, fatte prima di aver visto i film, lasciano il tempo che trovano. Ma a giochi fatti è un altro paio di maniche.La prima a uscirne non tanto bene è l'Italia, che con cinque titoli in Concorso, premi o non premi, avrebbe dovuto portare a casa se non un trionfo almeno un rilancio. Mentre in definitiva abbiamo visto la foto sfocata (o fin troppo nitida?) di un cinema che punta un po' confusamente in molte direzioni diverse. Magnifico il “Ritorno a Buenos Aires” di Marco Bechis, straziante ritratto semi autobiografico di una vittima diventata almeno in parte complice dei suoi torturatori, e spaccato preciso fino all'orrore delle tecniche usate dai carnefici per annientare le loro vittime, psicologicamente ancor prima che fisicamente. Il genere di film personale, e ovviamente inimitabile, per cui una volta si facevano i festival, e che oggi costituisce quasi un'eccezione. Soprattutto per la parte italiana.Significativa la svolta di Nanni Moretti che con “Succederà questa notte” tenta (anche) di liberarsi di un'immagine d'autore soffocante, soprattutto dopo un percorso lungo e originale come il suo. Ed è una bella conferma anche “Il fuoco che tu porti dentro” con cui Edoardo De Angelis, adattando il romanzo di Antonio Franchini, torna alla parte più ispirata del suo cinema. Ma francamente ci si chiede perché un'operazione sofisticata quanto glaciale come “The Echo Chamber” di Andrea Pallaoro, dall'ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci (come ci siamo sentiti ripetere fino allo sfinimento), non fosse in un'altra sezione. E suona addirittura incomprensibile l'apertura di credito concessa a Strippoli e al suo urlato, laccato, insopportabile (malgrado i tanti estimatori) “L'estranea”.Si può ammirare l'eleganza di Mario Martone, che ha accettato di partecipare fuori concorso con il suo magistrale “Scherzetto”. Non è certo autore che ha bisogno della competizione per essere considerato. Ma perché negare questa chance a un “piccolo” film sorprendente (classificare i film in base alle dimensioni produttive è un altro segno della barbarie contemporanea) come “I figli della scimmia” di Tommaso Landucci, messo invece in Orizzonti? Se l'ossessione italiana è, non da quest'anno, la famiglia, questo era forse il film che scavava con più intelligenza e attenzione nelle sue zone d'ombra.Ma il Concorso evidentemente ha altre logiche, visibili per esempio nei due sparuti titoli Usa, il lambiccato “Company” di Casey Affleck e il convenzionale “Primetime” di Lance Oppenheim, scelto probabilmente perché portava in dote la star Robert Pattinson. Come il corretto ma scialbo “Bunker” di Florian Zeller, con Javier Bardem e Penelope Cruz. Titoli-boomerang, inseriti in gara per compensare l'assenza di grandi film made in Usa, dopo anni in cui Venezia sembrava voler essere soprattutto l'anticamera degli Oscar. E meno male che c'erano lo strepitoso “Wild Horse Nine” di Martin McDonagh, grande sorpresa del Lido. O i tre solidi anche se non nuovissimi francesi, “15/18” di Cédric Kahn, “Un bon petit soldat” di Stéphane Brizé, titolo da coppa Volpi per Alba Rohrwacher, e “Un peu avant minuit” di Nicolas Pariser, bilancio privato e insieme generazionale di un cinquantenne, con la sua contagiosa andatura a spirale.Quanto al resto gli unici veri colpi di gong in gara, oltre a “NAZA” di Yuval Abraham e Rachel Szor, che peraltro sarebbe stato un evento in qualsiasi sezione, a “Wild Horse Nine” e a “Dau” del russo Ilya Khrzhanovsky, erano i due asiatici, “Possible Love” del coreano Lee Chang-dong e “Look Back” del giapponese Hirokazu Kore-eda. Una volta era per film così che si veniva ai festival, e che i festival venivano fatti. Oggi le logiche sembrano diverse, e certamente più ecumeniche. Ma siamo sicuri che siano le migliori possibili?