Quando i legami sociali cedono, crescono paura e impotenza; quando paura e impotenza si incontrano, il demagogo trova il suo mercato: fabbrica un nemico e vende delega in cambio di protezione. L’antidoto non è un populismo più presentabile. È una democrazia più partecipata. Il commento di Raffaele Bonanni
Chi crede ancora nella politica come guida concreta della società dovrebbe avvertire l’urgenza del momento: o cambia, o sarà sostituita. E la storia insegna che quando una classe dirigente rinuncia a comprendere il proprio tempo, a governarne le fratture e a dare voce alle inquietudini collettive, il vuoto non resta vuoto. Viene occupato quasi sempre da realtà peggiori. I popoli che smarriscono il senso della responsabilità comune finiscono per consegnarsi a chi promette ordine senza libertà, protezione senza partecipazione, futuro senza fatica.
È questo il pericolo che dovremmo riconoscere prima che sia troppo tardi.
Il problema del populismo, infatti, non è soltanto aver promesso troppo, ma aver costruito quasi nulla. La stagione del bipopulismo lascia un bilancio impietoso: grande abilità nell’intercettare la rabbia, scarsissima capacità di trasformarla in partecipazione, coesione sociale, responsabilità.










