Negli ultimi anni il dibattito politico pubblico si è organizzato intorno a una contrapposizione apparentemente insuperabile: da una parte il populismo, dall'altra l'anti-populismo. Il primo viene rappresentato come il regno della semplificazione, dell'irrazionalità e della promessa impossibile; il secondo come il luogo della competenza, del pragmatismo, della responsabilità e del governo razionale.
Questa rappresentazione, tuttavia, è essa stessa una semplificazione e rischia di trasformarsi in una nuova forma di populismo: il populismo dell'anti-populismo.
Ogni populismo individua un soggetto moralmente superiore e un soggetto moralmente inferiore. Il populismo classico contrappone il "popolo" alle élite. L'anti-populismo contemporaneo tende invece a contrapporre i sedicenti competenti agli incompetenti, i sedicenti responsabili agli irresponsabili, i sedicenti razionali agli emotivi. In realtà trattasi per ciascuna delle due posizioni di una differente gerarchia dei bisogni.
Le domande provenienti dalle fasce sociali più esposte — salari insufficienti, precarietà, costo della casa, servizi pubblici deteriorati, povertà educativa, difficoltà di cura — vengono frequentemente considerate questioni importanti ma non prioritarie, persino inevitabili, prezzi da pagare per ‘unico sistema ritenuto possibile, quello capitalista. There is no alternative, diceva Margaret Thatcher. Per l’anti populista esistono sempre urgenze considerate superiori: la stabilità finanziaria, la fiducia dei mercati, gli equilibri geopolitici, il rispetto dei parametri, la competitività. Perché l’obiettivo non è la trasformazione dell’esistente in vista di una necessaria trasformazione sociale che assicuri giustizia, ma il mantenimento del sistema, chi avalla queste tesi è generalmente tra i soggetti ampiamente garantiti in quel sistema. Qualora invece capitasse anche a loro di subire un’ingiustizia o di aver negato un legittimo diritto ecco che miracolosamente, in quel in quel punto il sistema va corretto.









