25 anni dopo
Aldo Torchiaro
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Venticinque anni sono un periodo giusto per maturare: quello che abbiamo visto e vissuto con le Torri Gemelle nel 2001 dovrebbe oggi far parte di quel patrimonio immateriale che va sotto il nome, forse altisonante, di conquista di civiltà. L’aggressione del terrorismo islamico ai simboli della libertà democratica dovrebbe essere un fondamento condiviso. Un perimetro indiscusso e indiscutibile nel quale incorniciare quell’idea flessibile di Occidente che ciascuno declina a modo proprio. Dovrebbe. Il condizionale è purtroppo d’obbligo. Perché venticinque anni dopo l’attacco che cambiò la storia contemporanea, c’è ancora chi pretende di riscrivere la distinzione più elementare: quella tra chi organizza il massacro del 7 ottobre e chi si deve difendere dagli attentatori, tra il terrorismo e le sue vittime, tra la democrazia e chi vuole distruggerla.
Brucia dunque ancora di più oggi, nel venticinquesimo ricordo di quella ferita, assistere all’oscena manifestazione di Montecitorio con cui mercoledì un gruppo di Propal ha inneggiato a “Hamas e Hezbollah”, concludendo con l’evocazione del martire Nasrallah. Primo, perché Hamas e Hezbollah sono nella blacklist delle organizzazioni terroriste da tempo. Chi manifesta dovrebbe sapere cosa grida, chi sta promuovendo in piazza. E confondere le motivazioni degli assassini con le ragioni delle vittime fa un torto irreparabile a queste ultime. Secondo, perché ci fa capire che troppo spesso l’Occidente odia se stesso più di quanto si ama. Accusandosi di ogni colpa, mortificandosi oltre misura, dolendosi a ogni pié sospinto. Non si tratta di pretendere un Occidente perfetto. Non esiste. E non esiste una democrazia senza errori, contraddizioni, responsabilità da accertare. Ma una cosa dovrebbe essere elementare: criticare l’Occidente è un diritto occidentale. Difendere il terrorismo che lo colpisce è un’altra cosa.










