Alla fine, Giorgia Meloni si piega alla spietata aritmetica del Palazzo. La suggestione di un blitz corsaro, l’idea di scompaginare i giochi spalancando le porte alle preferenze libere, evapora nel volgere di un mattino nel chiuso di Palazzo Madama. Vince la solita, implacabile realpolitik: al momento di premere il bottone, i senatori di Fratelli d’Italia rientrano nei ranghi e bocciano tutti i subemendamenti del Pd e del resto del centrosinistra che puntavano a far saltare i capilista bloccati. Passa invece il compromesso faticosamente siglato con Lega e Forza Italia: una formula ibrida che blinda i vertici di lista ma concede all’elettore di esprimere fino a tre preferenze su un listino di sei nomi. Il tabellone si illumina con 97 sì, 67 no e due astenuti. Lo scoglio è superato, ma la strada per lo Stabilicum è in salita.
Le ore che precedono il voto, infatti, hanno i contorni del romanzo. Al mattino, il sottosegretario Alberto Balboni accarezza ancora l’eresia di "ampliare le preferenze". All’ora di pranzo scatta il time-out. Attorno al tavolo siedono gli sherpa e i capigruppo dei tre partiti con la ministra delle Riforme Elisabetta Casellati. FdI tenta il contropiede: "O passa la legge o a metà novembre si va alle urne". La replica di azzurri e leghisti è un muro di ghiaccio: il testo si vota come è stato concordato. Contatti tra i leader, poi il governo capisce l’aria che tira e si rimette all’Aula. I tricolori abbassano la testa in nome della ragion di coalizione. Nel quartier generale meloniano si tenta subito di derubricare la ritirata a una questione di principio. A metterci la faccia è Andrea De Priamo, presidente della commissione Affari costituzionali: "Sulle preferenze c’è stata una riflessione, è una nostra posizione storica. Abbiamo però scelto di confermare l’intesa di coalizione per non cedere alla strumentalità della sinistra che puntava solo ad affossare la riforma. Anche questa volta sono rimasti delusi". Nei corridoi, però, prende corpo una narrazione più machiavellica: quella dell’"incidente controllato". Un finto cedimento architettato per far venire le vertigini alle opposizioni e costringere gli alleati a firmare un patto di ferro.














