Il tabellone del Senato racconta di una maggioranza compatta, ma i numeri non dicono tutto e l’iter della riforma elettorale resta gravido di contraddizioni. A svelarle, come accaduto alla Camera, è un emendamento sulle preferenze (e subemendamenti annessi), che per un attimo sembra spingere il partito della premier verso le opposizioni, aprendo a scenari tellurici per la tenuta dell’esecutivo. Alla fine, però, l’alchimia non riesce, anche se la suggestione resta, specie perché la partita in terza lettura alla Camera sarà più dura e con possibilità di voto segreto. E una rottura della maggioranza cambierebbe le previsioni sulla data delle prossime politiche, alla quale la premier e la leader del Pd potrebbero guardare dalla stessa prospettiva. Per questo è considerata molto probabile l’ipotesi che a Montecitorio il Governo ponga la questione di fiducia.I fatti: il Pd piazza un subemendamento alla proposta di modifica Lisei sulle preferenze. Un testo che avrebbe cancellato i capilista bloccati introducendo «preferenze vere», per dirla con diversi esponenti delle opposizioni. Ne seguono altri quattro analoghi, sempre firmati dalle opposizioni. FdI mostra segnali di apertura: iniziano a girare voci di un possibile sostegno al testo dei dem, anche per coerenza con la storica posizione Meloni sulle preferenze. Lega e FI, però, insorgono. E qui arriva il primo elemento che i numeri non restituiscono: una lunghissima pausa dei lavori dell’Aula chiesta dal presidente dei senatori del partito di Meloni, Lucio Malan. Un tempo speso da leghisti e azzurri per avvertire FdI che votare con le opposizioni mette a rischio la maggioranza. L’altra verità che resta agli atti nonostante il risultato si manifesta alla ripresa dei lavori, quando il Governo si rimette all’Aula e non esprime parere contrario al testo a firma del dem Dario Parrini, così come agli altri. Al momento del voto, però, nessuno fa scherzi: «FdI mantiene gli accordi all'interno della maggioranza. Voteremo contro questo emendamento», annuncia Malan. Così accade e il testo del Pd è respinto con 99 voti contrari e 68 a favore. Stessa sorte per gli altri quattro.Via libera invece al testo Lisei, l’emendamento base, che prevede capilista bloccati e alternanza di genere solo dal secondo nome: 97 voti favorevoli, 67 contrari. FdI riesce anche a organizzare un piccolo flash mob in aula esponendo dei cartelli con la scritta: «Con noi preferenze con loro zero preferenze». A quel punto partono le rivendicazioni incrociate. A cominciare da quella premier, che sa di non aver assecondato i proclami fatti in passato ma è costretta a mantenere il punto: «Le preferenze, nel voto per il Parlamento, mancavano dal 1993, cioè da quasi 35 anni. Oggi tornano perché il centrodestra ha scelto di reintrodurle, su proposta di FdI. Alla sinistra, che oggi sostiene che non basta, devo ricordare che non è credibile, su questo tema, chi non le ha mai volute in questi 35 anni e ha votato per bocciarle anche un mese fa. Quindi la differenza non è tra chi vuole più preferenze e chi ne vuole meno. È tra chi le ha rimesse nella legge e chi no».Dal fronte opposto gli attacchi sono spietati: «Siamo al teatrino più sfacciato, alla messinscena più truffaldina – accusa il leader M5s Giuseppe Conte –. Meloni si smentisce ancora una volta e, nascondendosi dietro la fedeltà alla maggioranza, vota contro la possibilità che i cittadini possano esprimere delle vere preferenze». Schlein non è da meno: «Per non perdere la legge, Meloni ha perso la faccia. Ce la ricordiamo quando qualche anno fa diceva va bene qualsiasi legge elettorale purché abbia le preferenze. La maggioranza dei parlamentari sarà eletto con lista bloccata. Questa è una legge incostituzionale, che continueremo a contrastare e su cui insieme alle altre opposizioni faremo muro perché è una legge che ha un premio abnorme ed è una legge che fa l'antipasto del premierato». Da registrare anche lo show di Matteo Renzi che spende il suo intervento per una lunga citazione della premier a favore delle preferenze risalente al 2014.Maggioranza al sicuro dunque? Forse. Molto dipenderà da quello che accadrà alla Camera. È possibile che Meloni sia tornata sui suoi passi anche per le provocazioni di Roberto Vannacci, che ha sfidato la premier direttamente a votare le preferenze. Con il voto segreto le cose potrebbero cambiare. Ma a quel punto il merito della questione passerebbe in secondo piano. Se Meloni, come risulta da alcune indiscrezioni, è disposta anche a perdere le prossime elezioni pur di non governare con l’ex generale, potrebbe anche far saltare il banco. E nel caso si andrebbe a votare in primavera, scenario che darebbe meno tempo a Futuro nazionale per crescere ancora di più. Questo andrebbe bene sia a Meloni sia a Schlein: se Vannacci guadagnasse troppo consenso sarebbe un problema anche per il Pd, ovviamente, e il voto in autunno darebbe meno tempo a Conte per scalare la coalizione.D’altro canto, Lega e FI, a leggere le dichiarazioni di diversi esponenti dei due partiti, preferirebbero votare in autunno. Gli azzurri avrebbero tempo per rafforzarsi sfruttando la paura dei nazionalismi. E il Carroccio potrebbe sperare di sistemare la ribellione interna e arrivare al voto all’insegna di una rinnovata concordia.Fa rumore, benché meno della vicenda relativa alle preferenze, anche l’emendamento di Antonella Zedda (FdI), che aumenta ad almeno 9mila le firme necessarie per presentare alle elezioni liste ora non presenti in Parlamento («uno scandalo antidemocratico», protesta Più Europa). Ma allo stesso tempo scioglie il nodo dei piccoli partiti: tutti concorreranno al totale dei voti per la propria coalizione.