La maggioranza era partita per cambiare la Costituzione ed è finita a cambiare il pallottoliere. Voleva il premierato, cioè l’investitura popolare del capo del governo, il rafforzamento dell’esecutivo e l’indebolimento dei contrappesi parlamentari. Si accontenta ora dello Stabilicum – nome orrendo, ma involontariamente sincero – per ridurre il rischio di perdere le prossime elezioni. È la distanza che separa un’offensiva da una ritirata.
Il premierato apparteneva alla stagione orbaniana del governo Meloni: l’idea che la democrazia fosse soprattutto la consacrazione elettorale di un capo, al quale garantire cinque anni di potere riducendo il Parlamento, il presidente della Repubblica, magari la magistratura sul modello polacco e ungherese di allora, a funzioni complementari.
Era un progetto autocratico che esprimeva forza e arroganza: abbiamo vinto, governiamo noi e vogliamo costruire istituzioni che rendano il nostro potere più stabile e meno contendibile.
Nel frattempo la realtà ha bussato alla porta. La maggioranza ha scoperto di essere divisa su questioni essenziali, a cominciare dall’Ucraina, dalla Russia e dal futuro dell’Europa. Ha scoperto che l’elezione diretta del presidente del Consiglio avrebbe potuto consegnare a una sola persona – Meloni – un potere tale da trasformare gli alleati da contraenti politici in vassalli elettorali, aggravandone i conflitti. E Meloni ha nel frattempo scoperto che poteva puntare a un ruolo importante nell’Unione Europea legandosi alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen a patto di scostarsi dal più antieuropeo e filorusso dei suoi alleati.








