Negli ultimi giorni mi sono passati davanti due post in cui due autori promuovevano l’uscita di nuovi lavori. Non avevano niente in comune tranne l’etichetta che Instagram aveva appiccicato sopra entrambi: “AI content”. Non sono qui a chiedervi come possa succedere che gente che lavora con le parole si riduca a farsi scrivere dieci righe di testo dall’intelligenza artificiale (come vedremo poi, non possiamo neppure essere certi che sia andata così); sono qui a parlarvi di Stefano Bonaccini e di Tom Wolfe.
Nella prima metà degli anni Ottanta vanno di moda dei pupazzi (nel secolo successivo, quello analfabeta, avremmo detto: action figure) mostruosi che piacciono molto ai bambini, io me ne accorgo perché ci gioca mio cugino, che ha sette anni meno di me e che quindi alla me preadolescente sembra d’un’altra generazione. Si chiamano Masters of the Universe, padroni dell’universo.
Nel 1984 Tom Wolfe ha l’età che avrò io nel 2026, ma i suoi 54 anni sono assai più ricettivi ai consumi giovanili di quanto lo saranno i miei. Inizia a scrivere su Rolling Stone, a puntate, una storia che tre anni dopo diventerà uno dei più gran romanzi del Novecento, “Il falò delle vanità”. Il protagonista lavora nella finanza: è uno di quelli che Wolfe decide di chiamare masters of the universe.







