Tra le pochissime cose che mi è capitato di leggere intorno al possibile impatto dell’intelligenza artificiale sul modo in cui scriviamo – sì, ho questa istintiva diffidenza per le novità di gran moda, per cui tendo a rinviarne l’approfondimento fino a quando io non sia proprio sicurissimo che alla fine non potrò risparmiarmi del tutto la fatica, e non farò la fine di quel mio amico che gettò via una preziosissima collezione di vinili per ricomprarsela tutta in compact disc – c’è l’articolo di Adam Kirsch uscito sull’Atlantic il 15 giugno. Secondo Kirsch potrebbe accadere alla scrittura quello che accadde alla pittura dopo l’invenzione della macchina fotografica nel XIX secolo, che la sostituì per la maggior parte degli scopi pratici (essendo, ovviamente, più pratica), ma non per questo ne decretò la fine, tanto meno nel campo artistico. Al contrario, «liberati dall’obbligo del realismo, i pittori svilupparono modi di vedere radicalmente nuovi, come l’impressionismo, il cubismo e l’espressionismo astratto».

Non aprirò qui la discussione su se e quanto questa tendenza ci abbia eventualmente preso la mano. Non c’è bisogno di condividere e apprezzare ogni puntino bianco in campo bianco come rappresentazione del vuoto dell’esistenza – mi pare – per cogliere il punto del ragionamento (sì, sto mettendo molti trattini, e intendo anche continuare a usare spessissimo lo schema “questo non significa x; bensì y”, proprio come tendono a fare, oggi, i testi prodotti dall’intelligenza artificiale: considerando la probabilità che da qui alla pubblicazione di questo articolo anche simili tic siano scomparsi, e magari siano sostituiti da altri completamente diversi, non intendo fare pure la fatica di cambiare il repertorio dei cliché).