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Ultimo aggiornamento: 17:55

C’è una parola che sembra uscita da una cartella clinica e invece descrive un processo industriale: model collapse. È il momento in cui un sistema di intelligenza artificiale, nutrito sempre più da contenuti generati da altre macchine, comincia lentamente a perdere contatto con la realtà. Non crolla, non esplode, non fa rumore: sbiadisce. Come una fotocopia della fotocopia che, copia dopo copia, smarrisce il dettaglio fino a diventare un’ombra.

Il giornalista Osvaldo De Paolini lo spiega con lucidità. Non c’è pericolo che le macchine diventino più intelligenti di noi, ma che il potere economico interpreti il pensiero umano come un costo da comprimere. Dietro la retorica della democratizzazione dell’informazione sta nascendo un oligopolio cognitivo fatto di pochi modelli, scarse e univoche visioni del mondo. Così l’efficienza diventa un criterio culturale, e ciò che non corre viene lasciato indietro.

In questo clima prosperano i movimenti neoluddisti contrari allo sviluppo incontrollato dell’AI. Negli Stati Uniti gruppi come StopAI e PauseAI propugnano apertamente disobbedienza civile parlando di punto di non ritorno e intrecciando la questione tecnologica con quella sociale. Secondo il centro di ricerca no-profit Pew Research Center, oltre metà degli americani vorrebbe un maggiore controllo sull’uso dell’AI, mentre l’opposizione ai data center cresce a causa del loro massiccio impatto energetico e ambientale. Non è più solo una discussione tra ingegneri, ma una tensione politica e culturale che attraversa territori, lavoro, consumi.