Dopo la stretta sul fotovoltaico made in China e nuovi vincoli sugli appalti, ora l’europarlamento lavora a un provvedimento che metta gli investimenti esteri provenienti dal Dragone al servizio dell’economia continentale. A cominciare dalla condivisione dei progetti e della tecnologia
Le salve di cannone sono ormai finite. Stavolta l’Europa nei cannoni non mette fiori, ma munizioni vere. E con la possibilità di sparare ad alzo zero. A Bruxelles sono giorni di grande fermento, con le stanze della Commissione e del Parlamento trasformate in una specie di officina nella quale plasmare la nuova politica industriale a prova di Cina. D’altronde, a un mese e mezzo dalla scadenza del periodo di grazia concesso dall’Europa al Dragone per correggere la rotta del deficit commerciale che ha affossato la manifattura del Vecchio continente, è lecito immaginare che l’Unione e il suo governo stiano affilando le armi. Così si spiega la lunga sequenza di provvedimenti destinata ad arginare la concorrenza cinese, dopata dai sussidi di Stato e per questo poco leale e molto sleale.
Prima la generale estromissione dei produttori di pannelli solari cinesi dalle gare per la concessione degli incentivi alla transizione, poi le nuove regole più stringenti sugli appalti, privilegiando tutte quelle aziende che partecipano alle gare e con base in Europa. Ora è arrivato il turno degli investimenti. L’Unione europea, infatti, si prepara ad alzare le barriere anche a protezione del proprio tessuto industriale. Ben tre relatori del Parlamento europeo per il Net Zero Industry Act, vala a dire Christophe Grudler (Renew), Pierre Jouvet (S&D) e Anna Cavazzini (Verdi), hanno abbozzato una serie di emendamenti per inasprire significativamente i paletti agli investimenti esteri diretti nel mercato unico.








