Nelle settimane in cui a Bruxelles si lavora per riequilibrare la bilancia commerciale con Pechino, un report svela l’improvvisa nuova accelerazione della spesa legata alla Belt&Road cinese. Dalle rinnovabili alla tecnologia, una spinta che l’Occidente non può ignorare. E nemmeno l’Africa

Tra tre mesi Bruxelles si troverà dinnanzi a una decisione, che dipenderà da un semplice numero: quello relativo all’immane deficit commerciale, 360 miliardi, che oggi gioca a tutto favore del Dragone. Il quale continua a vendere beni in Europa, più di quanto quest’ultima faccia in Cina. Se ci sarà un sensibile e tangibile miglioramento della bilancia dei pagamenti, allora l’Ue potrebbe anche tenere sotterrata l’ascia di guerra. In caso contrario, la Commissione europea potrebbe decidere di passare a un altro livello, alzando nuovamente la contraerea dei dazi. Nelle more, però, una cosa appare certa. A Pechino non hanno nessuna intenzione di mollare la presa sul mercato unico a cielo aperto più grande del mondo.

Anche qui, lo dicono i numeri. Quelli, per esempio, del Green finance&development center di Shangai. Per il quale, la punta di diamante della politica industriale cinese, la Via della seta, sta tornando improvvisamente ad accelerare, specialmente sul versante delle rinnovabili. Il che sta a significare essenzialmente due cose. Primo, la Cina continuerà a vendere in Europa prodotti a basso costo e, secondo, proseguirà nell’investire sul territorio europeo. “Il primo semestre del 2026”, si legge nel report, “ha registrato da parte della Cina il più alto livello di investimenti di sempre, con 49,8 miliardi di dollari, a fronte di 76,5 miliardi in termini di contratti di costruzione”.