Il pensiero che vuole un’Europa libera dalle catene cinesi, sotto forma di prodotti a basso costo e forniture di minerali, sta lentamente diventando azione. Dopo l’estromissione del Dragone dal fotovoltaico, ora Bruxelles è pronta a mettere mano alle gare. Con un occhio al riarmo
La macchina si è messa in movimento e sarà molto difficile da ora in poi tornare indietro. L’Europa è pronta a fare a meno di certa concorrenza cinese, quella più velenosa, tossica, distorsiva. Quella, per intendersi, che ha contribuito a mandare a gambe all’aria l’industria automobilistica tedesca, contribuendo con ogni probabilità al proliferare di quei germi evolutesi poi nel risentimento della classe operaia (ma anche degli imprenditori ormai in rotta di collisione con Berlino) che ha fatto da carburante all’affermazione della destra estrema alle elezioni in Sassonia. Il 2026 sarà ricordato come l’anno del made in Europe, il pensiero pan-continentale che punta a rimettere al centro del villaggio la manifattura europea, per troppo tempo schiava di quella cinese. Un cambiamento difficile, che richiede tempo e non privo di rischi, visto che bisognerà spiegare alle imprese perché comprare europeo è meglio, seppur più costoso.






