Bruxelles è tornata a minacciare Pechino di ritorsioni qualora il Dragone non si impegni a sufficienza per ripianare il deficit commerciale che sta schiacciando il Vecchio continente. Ma il rischio è quello di abbaiare alla luna, molto meglio valorizzare il proprio patrimonio industriale e giocarsela sul mercato. Discorso che vale anche per il fotovoltaico. Ecco cosa suggerisce l’economista e storico Giulio Sapelli

L’Europa è pronta a tirare fuori gli artigli per difendere le proprie aziende e garantire regole del gioco uguali per tutti nel commercio con la Cina. Non è la prima volta che Ursula von der Leyen perde le staffe, certo. Ma il fatto è che mancano poche settimane alla scadenza, più psicologica che tecnica, del periodo di grazia concesso dall’Ue al Dragone: se entro l’autunno Pechino non avrà fatto nulla per ripianare, almeno in parte, il deficit da 360 miliardi che pesa sulle esportazioni europee, Bruxelles prenderà seriamente in considerazione l’idea di tagliare i ponti con la Cina. O almeno di alzare qualche muro.

L’Europa tentata dalla prova di forza

La parola d’ordine è de-risking, ovvero alleggerire la dipendenza economica e strategica dalla Cina, senza però rompere con un partner commerciale che resta cruciale. Il vero problema, però, è che il confine tra la prudenza e lo scontro commerciale aperto si sta facendo sempre più sottile. A spingere verso questa linea dura sono i numeri. Nel 2025 l’Ue ha esportato in Cina beni per 200 miliardi di euro a fronte di ben 559 miliardi di importazioni. L’inizio del 2026 non è andato meglio, con un deficit che ha già toccato i 98 miliardi in soli tre mesi, un picco che non si vedeva dal 2022. La questione non è solo che gli europei comprano troppo in Cina, spinti da prezzi costantemente fuori dal mercato, ma che l’enorme macchina industriale cinese, spinta da pesanti aiuti statali e sovrapproduzione, sta letteralmente schiacciando la concorrenza sul mercato europeo. Senza dimenticare che Pechino ha iniziato a stringere i freni sulle esportazioni di tecnologie e materie prime. Questa forte vulnerabilità non è solo un problema di prezzi o di portafoglio, ma il rischio concreto che il controllo dei chip e dei minerali diventi per la Cina un’arma di ricatto politico.