Non tutti i Paesi dell’Unione hanno le spalle sufficientemente grosse per prescindere dalle imprese e dalla manifattura cinese. Ed è proprio su questo che Pechino punta per continuare e tenere l’Europa sotto schiaffo
C’è sempre qualcuno pronto a mollare, perché più debole, più vulnerabile. Succede anche nell’Europa dalle 27 voci, quasi mai tutte d’accordo e dove un voto contrario è sufficiente a far saltare il banco. Lo si è visto, fin troppe volte, con l’Ungheria di Viktor Orban, amica della Cina, amica della Russia e sempre pronta a mettere i bastoni tra le ruote della Commissione europea. Ed è proprio questa l’arma in più del Dragone che non ha nessuna intenzione di allentare la presa sull’Europa e le sue imprese. Come a dire, se si vuole colpire al cuore del Vecchio continente bisogna approfittare di quei Paesi che della Cina non possono fare a meno. Non ancora, almeno.
Come ha giusto giusto fatto notare in queste ore il Financial Times, “mentre l’Europa combatte contro il crescente surplus commerciale cinese (360 miliardi, ndr), Pechino ricorre a quella che gli analisti definiscono una strategia collaudata: attaccare Bruxelles, che definisce la politica commerciale del blocco ed esercita il suo potere collettivo, corteggiando al contempo individualmente molti dei 27 Stati membri più vulnerabili”. In pratica, se l’Europa vuole fare la voce grossa con il Dragone, inasprendo per esempio le tariffe doganali, ha bisogno di un consenso unanime. Ed è proprio lì che la Cina farebbe vacillare il tutto, mettendo alle strette tutti quei Paesi che forse dei prodotti e dei beni cinesi non possono privarsi.







