La riforma della legge elettorale approda in Aula al Senato con una serie di nodi ancora aperti in maggioranza e non di piccolo peso che, pur nel dettaglio, nascondono una stringente, diversa, logica politica tra gli alleati. Quasi del tutto tramontata l'ipotesi di inserire il ballottaggio (viene definita da alcune fonti "su un binario morto" e l'emendamento dovrebbe essere ritirato) i tecnici di centrodestra - che si vedranno in tarda mattinata - saranno chiamati a trovare una sintesi, sulla quale non può essere escluso che l'ultima parola spetti ai leader. Si tratta ancora, infatti, sulla soglia del premio, la norma 'anti-cespugli', quella sui sindaci-candidati e altre limature più piccole. E l'intesa va siglata prima dell'inizio delle votazioni a Palazzo Madama, probabilmente, non prima di giovedì. Sui tempi pesa infatti, anche, la battaglia che il campo largo annuncia "di dura opposizione". Pregiudiziali e iscrizione in massa a parlare dei senatori: senza i tempi contingentati il confronto si preannuncia lungo anche se il voto finale è già stato messo in calendario per il 15 settembre.

Tornando alle questioni aperte nel centrodestra sembra destinato ad avere qualche chance l'abbassamento dal 42 al 41% della soglia oltre la quale si conquista il premio. Una misura contenuta in un emendamento di FdI e sulla quale il partito della premier potrebbe insistere nonostante le perplessità soprattutto dalle parti di FI. La logica di abbassare la soglia, anche di un solo punto, viene spiegato, è quella di non 'snaturare' la ratio della legge consentendo più facilmente a chiunque vinca di guadagnare il premio evitando di avere la distribuzione dei seggi a proporzionale puro. Chiunque vinca, appunto, compreso il centrosinistra. Una logica di coerenza del partito della premier che si scontra, però, con la realpolitik di chi, tra gli azzurri, la riassume così: "nella mia graduatoria c'è vittoria, pareggio, sconfitta...".