Il paradosso cui ci troviamo di fronte è il seguente: con metodo democratico, il voto, anzi perfettamente democratico, visto che riportano alle urne anche masse di cittadini stanchi del processo elettorale, si affermano partiti ostili alla democrazia parlamentare e alla sua tutela delle minoranze. Succede in Germania, succederà in Francia, può succedere in Gran Bretagna. Come si risolve questo rebus? La tentazione peggiore consiste nel disprezzare il metodo democratico, usando l’argomento che il successo elettorale è decretato da elettori poco istruiti o poco abbienti, e perciò meno consapevoli e più esposti a narrazioni demagogiche. Da che mondo è mondo, da Pericle in poi, la democrazia è una testa/un voto; consegna al popolo (demos) il kratos (potere).
In questo si distingue dall’aristocrazia e dall’oligarchia, il governo dei migliori o dei filosofi. La sinistra stessa è nata dall’irruzione delle masse povere e non istruite sulla scena politica, dai sanculotti parigini ai primi operai di Manchester. D’altra parte: non è che il successo elettorale di De Gasperi o del governo laburista di Attlee in Gran Bretagna, di Kohl e Merkel in Germania, di Mitterrand in Francia, sia avvenuto all’insaputa degli elettori meno scolarizzati. I quali facevano invece pienamente parte delle coalizioni elettorali che hanno scritto la storia di queste grandi democrazie. Né si può ragionevolmente sostenere che gli elettori tedeschi erano colti dieci anni fa e ora sono diventati tutti ignoranti, stupidi e manipolabili. Un grande storico che ha studiato gli anni Trenta del secolo scorso, George L. Mosse, ci ha avvertito che la politica di massa è dominata da fattori irrazionali, e che l’origine dei movimenti antidemocratici sta spesso nella ricerca di «un individualismo che sia più spirituale e creativo rispetto al materialismo positivista». Vogliamo ripetere lo stesso errore negli anni Trenta del nostro secolo?











