Se i politici italiani avessero l’umiltà di imparare qualcosa dalla storia degli ultimi quarant’anni, eviterebbero almeno quegli errori che portano dritti alla sconfitta. Prendiamo la legge elettorale, che dopo la Costituzione è forse la più importante delle leggi. Ogni volta che qualcuno ha pensato di modificarla per garantirsi la vittoria alle elezioni successive le ha puntualmente perse. Successe nel 1994 alla Dc, che confidava nel Mattarellum per sopravvivere e invece fu travolta dal ciclone Berlusconi. Successe nel 2006 allo stesso Berlusconi, che varò il Porcellum convinto di essersi costruito la legge giusta per battere Prodi: accadde esattamente il contrario. E successe ancora nel 2018, quando il centrosinistra approvò il Rosatellum sperando di raccoglierne i frutti, senza immaginare che a fare il pieno di voti sarebbero stati i grillini.Tre lezioni, evidentemente, non sono bastate. Perché anche il governo di Giorgia Meloni ha deciso di cambiare le regole del gioco pensando già alle elezioni dell’anno prossimo. Palazzo Chigi ha così architettato un meccanismo imperniato sul premio di maggioranza, cioè un pacchetto di seggi assegnato alla coalizione vincente purché superi il 42 per cento dei voti. Ai suoi promotori il sistema – subito battezzato Melonellum – sembrava una bella idea. Poi è spuntato Vannacci.Nel giro di pochi mesi il suo partito è passato, almeno nei sondaggi, dal 3 al 5 e adesso al 7 per cento. Abbastanza per trasformare quella che sembrava una trovata ingegnosa in un rischio molto serio: che proprio la coalizione che ha fissato l’asticella al 42 per cento non riesca più a superarla. Il centrosinistra, naturalmente, gongola. Ma farebbe bene a non gongolare troppo, perché potrebbe ritrovarsi presto nella stessa palude in cui oggi annaspa la maggioranza. Alla sua sinistra – o meglio: alla sua destra – potrebbe infatti nascere il partito di Di Battista, al quale i sondaggisti attribuiscono, prima ancora che esista, un 3,5 per cento. Quanto basta per mandare in fumo anche i sogni di gloria del Campo largo e impedirgli, a sua volta, di raggiungere quel fatidico 42 per cento. Ed è qui che il meccanismo rischia di incepparsi. Se nessuno dei due schieramenti supera la soglia, il premio di maggioranza non scatta. I seggi vengono distribuiti con il proporzionale puro, con la conseguenza di spalancare la strada a una grande coalizione, o a qualcosa che le somigli parecchio.Una via d’uscita, però, esiste ancora. Forse l’ultima. È il ballottaggio tra le due coalizioni più votate. Lo ha proposto Stefano Ceccanti, uno dei più brillanti costituzionalisti italiani, e tre senatori del Pd lo hanno tradotto in un emendamento al Melonellum. Il meccanismo prevede che il premio scatti già al primo turno se una coalizione supera il 48 per cento, oppure se una sola va oltre il 42 senza che l’altra raggiunga il 38. In tutti gli altri casi si andrebbe al secondo turno, con un ballottaggio tra le due coalizioni che abbiano superato il 38 per cento. Il vantaggio di una soluzione del genere dovrebbe essere evidente sia al centrodestra sia ai suoi avversari. Entrambi potrebbero liberarsi dal potere di interdizione dei nuovi partiti populisti che crescono ai margini dei rispettivi schieramenti. E soprattutto, alla fine, ci sarebbe comunque un vincitore: un’alleanza capace di ottenere il premio di maggioranza dopo aver conquistato, nel ballottaggio, la metà più uno dei voti.L’idea è semplice, e proprio per questo potrebbe funzionare. Resta da capire se Meloni e Schlein riusciranno a cogliere quest’ultima occasione prima che cominci la corsa finale verso il Grande Pareggio.