La storia recente d’Europa è piena di movimenti antisistema che, una volta entrati nelle stanze dei bottoni o messi di fronte agli oneri della gestione pubblica, hanno dovuto moderare i toni, mostrare i propri limiti strutturali o semplicemente istituzionalizzarsi. È dunque il momento di smetterla di disperarsi per il consenso altrui e iniziare a lavorare sul proprio. L’opinione di Salvatore Di Bartolo
La tentazione ricorrente, di fronte ai flussi elettorali che scuotono le fondamenta della politica tedesca, e più in generale europea, è sempre la stessa: cedere al riflesso pavloviano dell’allarme democratico, agitare lo spettro del ritorno del nazismo, evocare il crollo imminente dell’Europa e dipingere l’Occidente sull’orlo di un baratro irreversibile. È una narrazione emotiva, catastrofista e profondamente pigra, che ciclicamente riaffiora ogni volta che un movimento populista o di destra radicale segna un passaggio storico — come l’ultimo, netto successo dell’AfD in Sassonia. Eppure, se si indossa la lente del realismo politico e si guarda alla realtà senza paraocchi ideologici, l’unica risposta sensata di fronte a questi risultati impone di mettere a tacere l’isteria e di avviare un’analisi seria.











