Perché continuiamo a giudicare il successo di un paese guardando quasi esclusivamente al Pil? La domanda non è nuova. Fu lo stesso inventore del Prodotto Interno Lordo, l’economista Simon Kuznets, ad avvertire il Congresso americano già nel 1934: “Il benessere di una nazione non si può dedurre da una misura del reddito nazionale”. Novant’anni dopo, quell’avvertimento resta per lo più ignorato.

Il Pil misura quanto un paese produce, ma non dice nulla su come questa ricchezza si distribuisca, a quali costi ambientali e sociali venga generata, né se si traduca davvero in vite migliori. Robert Kennedy lo sintetizzò nel 1968: il Prodotto Nazionale Lordo misura tutto, tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Un’affermazione forte, ma anche tecnicamente fondata.

Gli economisti ecologici Herman Daly e John Cobb hanno mostrato, già nel 1989, che il Pil non distingue tra crescita “desiderabile” e crescita “compensativa”: le spese per riparare un disastro ambientale o curare una malattia legata all’inquinamento vengono contabilizzate esattamente come un aumento di benessere. Non è un dettaglio da poco.

Costruendo un indicatore alternativo che sottrae questi costi, il Genuine Progress Indicator, si scopre che negli Stati Uniti, tra il 1950 e il 2004, mentre il Pil pro-capite cresceva in media del 3,81% l’anno, il benessere reale si fermava all’1,33%, stagnante di fatto dal 1978.