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L’appuntamento è per oggi, alle 13, alla Commissione Trasporti di Montecitorio. Uno snodo cruciale, nell’accidentato percorso che sta caratterizzando la riforma della governance della portualità italiana: si deciderà, infatti, l’ammissibilità o meno dei 622 emendamenti presentati da tutti i gruppi parlamentari. Il Pd, da solo, ne ha proposti oltre 260 ma se si mettono insieme quelli di FdI, Forza Italia e Lega, si supera quota 300 e si ha la conferma che alla maggioranza di Centrodestra la riforma, almeno così come immaginata dal duo Salvini-Rixi, non piace. Molti emendamenti sono rilevanti e potrebbero stravolgere il testo del disegno di legge che il Governo ha presentato lo scorso 6 maggio.

Spettatori interessati, come scriviamo da giorni, tutte le Autorità di sistema portuali, comprese quelle dello Stretto, della Sicilia Orientale e Occidentale, perché non è ancora ben chiaro lo scenario e quali saranno gli effetti della riforma sull’attuale organizzazione. L’attenzione di maggioranza e opposizione si è concentrata soprattutto sull’articolo riguardante la costituzione della “Porti d’Italia Spa, la nuova società pubblica che dovrebbe far da cabina di regia, coordinando e promuovendo la rete portuale nazionale. Molto controverso è l’assetto “ibrido” di questa Spa, che unisce poteri pubblici e strumenti privatistici attraverso due canali operativi distinti. Lo Stato, come si legge nel testo del Ddl, affida alla società una concessione di 99 anni come «braccio operativo esclusivo per gli investimenti strategici, le infrastrutture primarie e le manutenzioni straordinarie nei porti».