Tutte le parole, a furia di ripeterle, perdono di significato. È un effetto noto come sazietà semantica e si verifica quando la nostra mente, dopo averlo sentito troppe volte di seguito, trasforma un termine in una semplice sequenza di suoni. Una volta svuotate del loro senso originario, quelle sillabe diventano ostaggio di chi le ha ripetute. E le intenzioni non sono sempre pacifiche. Così è successo che woke, una parola nata nella cultura afroamericana come un invito a essere sempre vigilanti contro il razzismo, è diventata un insulto. A metà degli anni ’10, con l’espansione del movimento Black Lives Matter, l’hashtag #staywoke, da modo di dire della comunità nera, allarga il proprio bacino d’utenza fino a identificare l’appartenenza a una più ampia rete di attivismo. Tra i giovani e sul web essere woke significa essere attenti, informati e partecipi nella battaglia contro tutte le ingiustizie. La parola entra nel lessico giornalistico, diventa mainstream, ma ancora non ha compiuto il salto di specie definitivo.Per tramutarla in un affronto a chi esagera con le pretese di uguaglianza, c’era bisogno di ripeterla tante volte. La cassa di risonanza perfetta per questa mistificazione sono i forum online. È qui che l’estrema destra americana e globale ha costruito un nuovo lessico, in grado di polarizzare le opinioni e spostare i giovani uomini verso idee sempre più conservatrici. Sui board come /pol/ di 4chan e nei subreddit satellite della cosiddetta manosfera nasce un intero vocabolario pensato per ridicolizzare chiunque si esponga sui temi giustizia sociale. “SJW”, acronimo di Social Justice Warrior, è tra i primi a diffondersi. “Snowflake”, fiocco di neve, prende di mira la presunta fragilità di chi si sente offeso dai discorsi discriminatori. “Soyboy” allude a un’immaginaria femminilizzazione ormonale legata al consumo di soia, ed è usato per colpire uomini percepiti come deboli o poco virili secondo i canoni della mascolinità tradizionale. Woke viene assorbito dallo stesso repertorio, ne eredita la carica sarcastica e diventa una scorciatoia per liquidare in poche righe qualsiasi rivendicazione vagamente progressista. Dal 2020 in poi, i media conservatori americani, su tutti Fox News, attingono a quella nicchia e riportano nel discorso pubblico la parola. Tutto diventa presto “follia woke”. E la demonizzazione è compiuta.Un domino spontaneo e dirompente, ma che potrebbe aver avuto una regia. Dai circa tre milioni e mezzo di file desecretati dal dipartimento della Giustizia Usa legati al caso Jeffrey Epstein è emerso uno scambio di email tra il finanziere e Boris Nikolic, ex consigliere della Gates Foundation, risalente all’ottobre 2011. Nikolic mette in contatto Epstein con Christopher “moot” Poole, il fondatore di 4chan, descrivendogli il ragazzo come dotato di un «enorme potenziale di manipolazione». I due si incontrano tra il 20 e il 24 ottobre; il 23 ottobre nasce /pol/, la board che diventerà negli anni la fucina del linguaggio dell’estrema destra online. Nessun documento finora reso pubblico dimostra un nesso causale tra quell’incontro e la linea editoriale che la board avrebbe preso negli anni successivi. Ciò che però risulta documentato è l’interesse esplicito del finanziere per lo sgretolamento dell’ordine liberale e progressista globale. In uno scambio di email con Peter Thiel, imprenditore e ideologo dell’ultradestra, Epstein definisce Brexit «solo l’inizio» e auspica un ritorno al tribalismo, foriero di «nuove e sorprendenti alleanze». Se oggi “la cultura woke” è trattata alla stregua di un cataclisma e anche in Italia ci si affretta a rinnegarla, è perché quelle alleanze hanno funzionato. E la lingua sbilenca di una torbida sottocultura, a forza di ripeterla, è diventata egemone.