Quand’è stato che abbiamo cominciato a riempire il discorso pubblico di parole dal significato slabbrato, impreciso, suggestivo per scemi e da mungersi le ginocchia per normodotati? Quando Berlusconi ha iniziato a dire «comunisti» a quelli che avevano appena smantellato il comunismo? Quando Zuckerberg ha iniziato a farci chiamare «amici» gente che non avevamo mai visto?
La lista delle parole senza senso è lunghissima, e incomprensibile a chi di quelle parole fa un uso insensato. Esperienza. Evento. Radical chic. Fascista. Empatia. Trauma. Persino «inguardabile», scopro da un tweet – o come si chiamano ora – di Aurelio De Laurentiis, non significa più che sei brutta da far male agli occhi. Sì, scrive ADL, ho detto «inguardabile» della Schlein, ma intendevo politicamente.
Pensa te: tutti quelli che mi danno della cessa intendono intellettualmente, e io ho sempre equivocato. Che nostalgia per quando Silvio, quel poeta, per ribadire la cessaggine di Rosi Bindi dandole al contempo della scema diceva «più bella che intelligente»: chi ce lo doveva dire, che in confronto a questi qua Silvio B. ci sarebbe poi sembrato, oltre che De Gasperi, pure Queneau.
Ma mancava, dalla lista di prima, la più slittata semanticamente e slabbrata ideologicamente delle parole: genocidio. E questo è il punto in cui i picchiatelli d’una fazione annuiscono – Soncini gliele canta a quelli che non capiscono che Israele è un parco divertimentiiii – e i picchiatelli dell’altra fazione s’indignano: Soncini vuole sterminare i palestinesiiii.








