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Ultimo aggiornamento: 12:19
di Simone Millimaggi
Negli ultimi giorni, il dibattito pubblico è stato scosso da una scelta terminologica che molti hanno liquidato come una sottigliezza lessicale, ma che nasconde un’insidia profonda. Sostituire il termine “partigiano” con la locuzione asettica “essere umano” — come fatto recentemente da Delia — non è un atto di inclusione, ma un’operazione di chirurgia storica. Spesso, chi solleva un’obiezione su questi slittamenti semantici viene tacciato di essere un esagerato o un pignolo. In realtà, dare il giusto peso alle parole è l’unico modo che ci resta per difendere la realtà dall’annacquamento ideologico. Le parole sono contenitori: se svuoti il contenitore, il contenuto evapora.
La sostituzione di “partigiano” con “essere umano” rappresenta ciò che in filosofia potremmo definire un’astrazione paralizzante. Dire che i partigiani erano “esseri umani” è una tautologia biologica che non spiega nulla, anzi, cancella tutto. Anche i sionisti che oggi bombardano i civili a Gaza o i carnefici nazisti di ieri sono, biologicamente, “esseri umani”. Se riduciamo tutto all’appartenenza alla specie, annulliamo la scelta morale.







