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Ultimo aggiornamento: 14:21

di Simone Millimaggi

Mi trovo a considerare la natura della partecipazione collettiva e la fallacia epistemica insita nel giudicare un fenomeno sociale complesso attraverso il campione arbitrario e spesso caricaturale dei suoi partecipanti più marginali o meno eloquenti. Riconosco in questo approccio critico una forma di riduzionismo che, sebbene psicologicamente rassicurante per chi lo pratica, tradisce una fondamentale incomprensione della dialettica storica e sociale.

La mia analisi muove dall’assioma che qualsiasi movimento di massa, in quanto fenomeno organico e non ideale, è per sua stessa costituzione eterogeneo. Esso non è un monolite filosofico, bensì un ecosistema di intenzioni, di consapevolezze stratificate e di motivazioni spesso in conflitto tra loro. La “coscienza” del movimento non è la somma algebrica delle coscienze individuali, ma emerge da esse come una proprietà sistemica nuova e irriducibile. Pertanto, isolare la dichiarazione di un singolo partecipante, magari colto nel suo momento di massima fragilità argomentativa, e elevarlo a sineddoche dell’intero corpo sociale, equivale a confondere una foglia, secca e trasportata dal vento, con la foresta da cui proviene.