Poveri Bettino Craxi, Helmut Schmidt, Michel Rocard e Olof Palme. Chi avrebbe mai detto che tutti loro, socialisti riformisti e socialdemocratici, oggi sarebbero considerati degli estremisti di sinistra? Eppure, oggi, questa parola “socialdemocrazia” è considerato quasi sinonimo di bolscevismo. Non solo per Donald Trump: persino il New York Times, sulla carta un quotidiano progressista, giorni fa titolava sulla "minaccia socialista" della vittoria di candidati dem socialdemocratici alle primarie. E va bene gli Usa, sono un mondo a parte, anche se qualche influenza continuano ad averla. Pure qui da noi, in Europa, dove il socialismo - ma anche il liberalismo, il fascismo e il comunismo - sono stati inventati, questa parola viene sempre più utilizzata alla stregua di un item demonizzante. A destra soprattutto - anche se molti del Msi, si definivano "socialisti nazionali", chiedere a Fabio Rampelli o a Gianni Alemanno - ma persino a sinistra, e in ciò che resta dei partiti della Internazionale socialista. Keir Starmer aveva giurato che non sarebbe mai stato “socialista”, e non è lo stesso finito bene, il Partito socialdemocratico danese, guidato da Mette Frederiksen - simpaticamente chiamata dalla sinistra danese "Frederhitler" - più che socialista è nazionalista e quasi sciovinista.
Socialismo. La sfortuna di una parola necessaria (di M. Gervasoni)
Come è potuto avvenire che ormai sia sempre più utilizzata con connotazioni demonizzanti. C'entra il Muro di Berlino e l'imporsi del capitalismo in tutti i cam…








