Le periferie, le aree interne del Paese e le classi meno abbienti hanno voltato le spalle alla sinistra. Ma se i progressisti si ricordano di questa frattura soltanto davanti alle urne, potranno solo scimmiottare gli avversari. Una gara persa in partenza.

È il 2019 e siamo nel talk politico DiMartedì. Corrado Augias, dialogando con Pierluigi Bersani, afferma che «essere di destra è facile perché significa assecondare le spinte istintive». Essere di sinistra, continua, chiede invece di superare i sentimenti più immediati attraverso il ragionamento e la conoscenza. Se cito quella scena è perché, negli ultimi giorni, qualcuno l’ha riesumata accostandola alle parole di Stefano Bonaccini, presidente del Partito democratico, che lo scorso 24 agosto ha affermato che in Italia il voto «a Meloni e prima a Salvini» sarebbe «in maniera maggioritaria il voto di chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città» e «di chi sta peggio economicamente». L’accostamento, tuttavia, confonde due discorsi differenti. Nelle parole di Augias c’era una precisa gerarchia tra forme superiori e inferiori della coscienza politica, tipica di un certo mondo della sinistra italiana. Bonaccini cercava invece, con una formulazione esposta all’equivoco, di descrivere una frattura elettorale e di invitare il proprio campo a interrogarsi sulla perdita di consenso presso ceti che un tempo costituivano una parte essenziale del radicamento sociale della sinistra.