Stupisce la sdegnata sorpresa riservata all’affermazione dell’on. Bonaccini, convinto che a destra voterebbe chi ha studiato poco. Non è una novità per il dibattito politico italiano. L’onorevole si è formato alla scuola politica del Partito Comunista e ha assimilato quella sua teoria da insegnanti autorevoli.

Al principio c’è Gramsci con l’ideale di un partito artefice di «una riforma intellettuale e morale» della società italiana, seguito da Togliatti che, nel Memoriale di Yalta, si dice convinto che «nel mondo capitalistico si creano condizioni tali che tendono a distruggere la libertà della vita intellettuale» per cui sarebbero, secondo lui, i comunisti «i campioni della libertà della vita intellettuale, della libera creazione artistica e del progresso scientifico».

Qualche decennio dopo, nel 1980, quando fallito il compromesso storico il PCI lancia lo slogan dell’alternativa democratica, Berlinguer ritorna su quegli originari concetti per consacrare «la diversità» antropologica intellettuale e morale comunista, che infine la storia ha sconsacrato con l’implosione dell’Unione Sovietica.

E tuttavia detriti di quel disfacimento sono sopravvissuti: è la vicenda dell’antiberlusconismo come cultura politica. Il PDS prima e il PD fino ad oggi non hanno mai ritenuto fondata la tesi che il successo elettorale delle coalizioni di centrodestra dipendessero dal prevalente orientamento moderato dell’opinione pubblica italiana che, caduti la Democrazia Cristiana ed i suoi alleati liberali e socialdemocratici, non voleva essere governata dal partito post comunista il cui carattere distintivo rimaneva la pretesa di rappresentare la parte migliore del Paese. L’adesione del PDS col sostegno del PSI e del PSDI all’internazionale socialista rimase formale ed ambigua sotto il profilo ideologico e programmatico, tanto da non impedire alle formazioni politiche in cui gli ex comunisti confluirono gli stretti legami con i movimenti estremisti come i «girotondi» o il «popolo viola».